Cenni storici sul vitivivaismo Padergnonese

L’attività vivaistica, prese avvio all'inizio del Novecento, ma la causa principale della sua nascita era ricercata nella seconda metà del 1800, quando con l'importazione in Europa di viti americane selvatiche, venne introdotto un insetto denominato Phylìoxera vastatrix (Fillossera) che si rivelò ben presto un vero flagello per la vite europea, causando la morte di milioni di piante in tutto il continente.

La Fillossera è un parassita della vite, che durante il proprio ciclo di sviluppo si presenta sotto forme diverse, stabilendosi sulle foglie della pianta e coprendole di galle, oppure sulle radici succhiandone la linfa e facendole marcire. Fu individuata per la prima volta nel 1854 nell'America settentrionale (sua patria originaria) dall'entomologo Asa Fitch, che la descrisse, ingenuamente, come "un pidocchio appartenente alla specie di quelli che pungendo le foglie del pioppo vi fanno crescere le galle".

L'insetto soggiornava sulle viti selvatiche americane senza provocare loro danni ingenti e nessuno poteva immaginare che risultasse tanto funesto alle più deboli, o forse meno adatte, viti europee.

Tale fu il disinteresse e la mancanza di controlli per tale tipo di parassita, che, negli anni intorno al 1860, venne trasportato accidentalmente in Europa e già nel 1863 in Flujault, nella Francia meridionale, venne notato un visibile deperimento nei vitigni di quella zona, "senza poterne spiegare ragionevolmente la causa" (il). Individuato l'insetto e resisi conto dei pericoli che rappresentava, si cercò di trovare un sistema per eliminarlo; vennero fatti tentativi col solfuro di carbonio, con la piridina, si provarono soluzioni più strane come la naftalina o l'elettricità, ma nessun metodo risultò efficace o economicamente attuabile. L'unica soluzione valida sembrò quella di provvedere alla sostituzione dei vigneti infetti con viti innestate su soggetti americani (resistenti all'insetto) ed impedire contemporaneamente la diffusione dell'insetto nelle altre zone. Ma l'operazione non risultò facile e la fillossera, trovando in Europa un terreno particolarmente adatto alle proprie caratteristiche, si riprodusse molto velocemente ed invase presto tutti i principali paesi europei. Nel 1883, come riporta l'Almanacco Agrario di quell'anno, se ne trovarono infezioni oltre che in Francia pure in Austria, Ungheria, Svizzera, Spagna, Portogallo, Russia e Italia .

Il Trentino Alto Adige (allora Tirolo meridionale) ne era ancora immune e si operò per cercare di mantenerlo tale. In particolare due enti provinciali, l'Istituto Agrario Provinciale di S. Michele all’Adige e il Consiglio Provinciale d'agricoltura (che, seppure con compiti e mansioni differenti operavano su tutto il "Tirolo meridionale") cooperarono per porre le basi di un'adeguata difesa a salvaguardia della nostra viticoltura. Già nel 1883 venne così predisposto e, con lievi modifiche, approvato dal ministero, un vasto programma per il quale fu fatto "divieto di introduzione da qualunque altra provincia di viti, talee, barbatelle, foglie di viti o legnami che fossero serviti per la coltura della vite", e furono istituite apposite "commissioni di controllo e sorveglianza del territorio provinciale per l'avvistamento di eventuali intestazioni" Inoltre,

stabilito che l'unico mezzo sicuro per salvare la viticoltura Trentina consisteva nella ricostruzione dei vigneti su soggetto americano resistente, l'Istituto Agrario cominciò ad eseguire e sperimentare i diversi sistemi di innesto per poter scegliere quello che meritava la sua preferenza. Altresì , per non lasciarsi cogliere impreparato, si pensò al modo di introdurre e diffondere i principali portainnesti allora raccomandati per i terreni della nostra zona. Ma l'operazione d'importazione del materiale era resa assai difficile dalle ordinanze provinciali sopra dette, cosicché, nel 1895, si pensò di istituire un "vigneto di quarantena" a Hotting, vicino ad Innsbruck, in una località molto lontana dalle zone viticole e isolata; in questo modo il legno importato poteva essere accuratamente controllato. Le qualità coltivate per prime furono la Riparia e la Rupestris seguite successivamente da ibridi come la RipxRip. 3309,101/14 e Schwazzmann ed i franchi americani Araman x Rup., Garzin n. 1 e Mauvedre x Rup. 1202.Il prodotto di questo appezzamento servi per allestire altri vigneti simili nei vari centri provinciali ed in particolare quello del Consiglio provinciale d'agricoltura al "Maso ginocchio" (complesso di 14 ettari con caseggiato colonico, sito in località Muredei in periferia sud di Trento). Da allora man mano che aumentava la disponibilità di materiale, vennero eseguiti i primi innesti da tavola, potendo così distribuire, accanto alle barbatelle americane destinate a venir innestate in campagna, delle barbatelle già innestate e permettendo il sorgere dei primi vigneti su base americana.

Ma nonostante i provvedimenti presi, il 4 luglio 1901, a Maia Alta vicino a Merano, furono scoperti i primi insediamenti filosserici dei territori provinciali. Successivamente se ne ebbero segnalazioni a Dodiciville (vicino a Bolzano) e a Caldaro e, nel 1907, addirittura nei vigneti dell'Istituto Agrario e nei dintorni di Lavis. L'insetto aveva infestato grande parte della provincia, ma non si poteva certo permettere che danneggiasse ulteriormente la coltura viticola, coltura conosciuta in questa regione fin dai tempi più antichi e che si trovava in una particolare fase di incremento e valorizzazione.

Si convenne che l'unico sistema di salvaguardia e difesa consisteva nel sostituire i vigneti esistenti con vigneti innestati su piede americano. L'opera, iniziata da qualche anno all'Istituto Agrario di S. Michele all'Adige e dal Consorzio Provinciale D'Agricoltura, risultò molto utile ma non sufficiente . Nel 1907 infatti la viticoltura trentina si estendeva su una superficie di 15.000 ettari e per la ricostruzione integrale sarebbero occorsi non meno di 90.000.000 di barbatelle il che richiedeva un ingente numero di legno americano e di mano d'opera specializzata.

Così, mentre all'Istituto agrario si tenevano corsi di vivaismo per istruire i giovani alla tecnica di innesto e forzatura delle barbatelle, il Consiglio provinciale d'agricoltura faceva appello ai Consorzi Agrari Distrettuali affinché crescessero vigneti sperimentali con cui orientare gli agricoltori alla scelta del portainnesto ed avere allo stesso tempo disponibilità di vitigni americani atti alla lotta antifilosserica.

A raccogliere l'appello fu pronto, assieme ad altri, il Consorzio Agrario Distrettuale di Vezzano.

Il Consorzio Agrario Distrettuale di Vezzano nacque nel 1882 assieme ad altri 19 Consorzi ,sparsi in tutta la Provincia. Formato dalla volontà di 81 soci di un po' tutti i paesi della zona (Valle dei Laghi e Valle di Cavedine) guidati da una direzione formata da 1 Presidente, 1 Vice Presidente e 10 delegati dei vari paesi (per il paese di Padergnone era, allora delegato, Costante Decarli), si stabilì che l'unico mezzo sicuro per salvare la viticoltura Trentina consisteva nella ricostruzione dei vigneti su soggetto americano resistente, l'Istituto Agrario cominciò ad eseguire e sperimentare i diversi sistemi di innesto per poter scegliere quello che meritava la sua preferenza. Altresì , per non lasciarsi cogliere impreparato, si pensò al modo di introdurre e diffondere i principali portainnesti allora raccomandati per i terreni della nostra zona. Ma l'operazione d'importazione del materiale era resa assai difficile dalle ordinanze provinciali sopra dette, cosicché, nel 1895, si pensò di istituire un "vigneto di quarantena" a Hotting, vicino ad Innsbruck, in una località molto lontana dalle zone viticole e isolata; in questo modo il legno importato poteva essere accuratamente controllato. Le qualità coltivate per prime furono la Riparia e la Rupestris seguite successivamente da ibridi come la RipxRip. 3309,101/14 e Schwazzmann ed i franchi americani Araman x Rup., Garzin n. 1 e Mauvedre x Rup. 1202.Il prodotto di questo appezzamento servi per allestire altri vigneti simili nei vari centri provinciali ed in particolare quello del Consiglio provinciale d'agricoltura al "Maso ginocchio" (complesso di 14 ettari con caseggiato colonico, sito in località Muredei in periferia sud di Trento). Da allora man mano che aumentava la disponibilità di materiale, vennero eseguiti i primi innesti da tavola, potendo così distribuire, accanto alle barbatelle americane destinate a venir innestate in campagna, delle barbatelle già innestate e permettendo il sorgere dei primi vigneti su base americana.

Ma nonostante i provvedimenti presi, il 4 luglio 190 1, a Maia Alta vicino a Merano, furono scoperti i primi insediamenti filosserici dei territori provinciali. Successivamente se ne ebbero segnalazioni a Dodiciville (vicino a Bolzano) e a Caldaro e, nel 1907, addirittura nei vigneti dell'Istituto Agrario e nei dintorni di Lavis. L'insetto aveva infestato grande parte della provincia, ma non si poteva certo permettere che danneggiasse ulteriormente la coltura viticola, coltura conosciuta in questa regione fin dai tempi più antichi e che si trovava in una particolare fase di incremento e valorizzazione.

Si convenne che l'unico sistema di salvaguardia e difesa consisteva nel sostituire i vigneti esistenti con vigneti innestati su piede americano. L'opera, iniziata da qualche anno all'Istituto Agrario di S. Michele all'Adige e dal Consorzio Provinciale D'Agricoltura, risultò molto utile ma non sufficiente . Nel 1907 infatti la viticoltura trentina si estendeva su una superficie di 15.000 ettari e per la ricostruzione integrale sarebbero occorsi non meno di 90.000.000 di barbatelle il che richiedeva un ingente numero di legno americano e di mano d'opera specializzata.

Così, mentre all'Istituto agrario si tenevano corsi di vivaismo per istruire i giovani alla tecnica di innesto e forzatura delle barbatelle, il Consiglio provinciale d'agricoltura faceva appello ai Consorzi Agrari Distrettuali affinché crescessero vigneti sperimentali con cui orientare gli agricoltori alla scelta del portainnesto ed avere allo stesso tempo disponibilità di vitigni americani atti alla lotta antifilosserica.

A raccogliere l'appello fu pronto, assieme ad altri, il Consorzio Agrario Distrettuale di Vezzano.

Il Consorzio Agrario Distrettuale di Vezzano nacque nel 1882 assieme ad altri 19 Consorzi ,sparsi in tutta la Provincia. Formato dalla volontà di 81 soci di un po' tutti i paesi della zona (Valle dei Laghi e Valle di Cavedine) guidati da una direzione formata da 1 Presidente, 1 Vice Presidente e 1 0 delegati dei vari paesi (per il paese di Padergnone era, allora delegato, Costante Decarli), si proponeva di aiutare quell'agricoltura così povera che tanto ne aveva bisogno . Si occupò, quindi, del recupero e dello sviluppo della viticoltura, della bachicoltura, della gelsicoltura nonché dell'industria casearia, della frutticoltura, della piscicoltura; si occupò del problema della bonifica e dell'irrigazione dei campi, nonché della lotta agli insetti e parassiti dannosi.

Nel 1903 assunse la direzione del Consorzio Ludovico Pedrini di Calavino. Fu proprio sotto la stia guida che il Consorzio, sostenuto dalla cooperazione collettiva, attraversò un periodo particolarmente positivo e di grande crescita; basti dire che, se fino al 1908 non era proprietario di nemmeno un palmo di terreno, nel 1923 ne possedeva circa 44.000 mq di cui 15.000 coltivati a vigneto per la produzione di legno americano da innesto, 4.000 a vivaio di viti innestate, 2.000 a barbatellaio di viti americane selvatiche, 3.000 a vivaio di alberi da frutta, 8.000 a vivaio di gelsi, 1000 a semenzaio di piante forestali.1000 a vigneto per la produzione di uva da vino. Il lavoro svolto da Pedrini fu veramente lodevole e degno di ogni apprezzamento tanto che il Consorzio fu portato a modello per i contadini piemontesi quale "esempio di cooperazione fra lavoratori della terra" .Nel 1923 Mario Cacciatore, professore della cattedra ambulante di Borgomanero di Novara, scrisse: "Ludovico Pedrini ha veramente saputo fare dell'istituzione a lui affidata la vigile avanguardia di tutto ciò che è progresso agricolo nel Vezzanese. Pur non avendo compiuto lunghi studi, ma innamorato dell'arte dei campi e dei buoni libri che ne trattano, seppe portare al più alto grado di floridezza le proprie terre e formarsi un corredo di cognizioni veramente ammirevoli" Azione degna di lode fu sicuramente quella che intraprese a salvaguardia della viticoltura.

Accolto l'appello lanciato dal Consiglio Provinciale d'agricoltura, il Pedrini acquistò, per conto del Consorzio, in località Pendè, presso le attuali Ville ENEL, di Padergnone, 3 ettari di terreno che vennero adattati a vivaio di piante madri americane (Rupestris e Riparia) ed a vivaio di piante innestate. Lo scopo era quello di fornire ai soci le viti necessarie a sostituire i vitigni esistenti e facilmente attaccabili dalla fillossera. A testimonianza dell'avvenimento, a lato del vivaio principale, fu eretta una croce di pietra ancora oggi visibile e riportante l'iscrizione:

A DIO
dator d'ogni bene
il Consorzio Agrario
distrettuale di Vezzano
affida i lavori
antifillosserici
qui iniziati
1909

Inoltre, approfittando dei finanziamento offerti dall'autorità provinciale per stimolare l'iniziativa vivaistica dei consorzi distrettuali, il Consorzio agrario di Vezzano fece costruire, sempre a Padergnone, due serre per la forzatura delle viti innestate, una in località "Campagna", poco dopo la casa Sembenotti e l'altra presso la sua sede di Padergnone sui "Crozoi". Infine due ragazzi del paese furono mandati all'Istituto Agrario di S. Michele all'Adige dove, seguendo un corso antifillosserico si istruirono nelle tecniche di innesto e forzatura delle viti.

Iniziava così in paese un'attività nuova, quella di innesto e coltivazione delle barbatelle.

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